APOCALYPSE DUCK (2012) – Parodia di “Sotterfugi”

Anche gli amati paperi di Paperopoli sono stati catturati dalla penna graffiante di “Sotterfugi”.

Buona lettura

Genere horror

—-

APOCALYPSE DUCK (2012)

testo di Riccardo Dal Ferro 

illustrazione di Marco Pasin 

Andiamo sempre avanti, aprendo nuove porte e

facendo cose nuove, perché siamo curiosi…

E la curiosità ci porta verso nuovi orizzonti.”

Walt Disney

 

Ouverture

 

L’aria era impregnata di un acre odore di piume bruciate.

La 313 ribaltata su un lato e avvolta nelle fiamme destò Paperino dall’intorpidimento mentale cui la situazione l’aveva costretto, tutto era successo così in fretta, gli eventi accavallatisi a gran velocità lo avevano gettato stordito e spezzato sull’asfalto. La strada sembrava un campo di battaglia e sul selciato erano riversi i corpi di coloro che non ce l’avevano fatta.

Il silenzio dell’atmosfera si intrufolava sinistro nella testa dolorante, come un ospite indesiderato che invade l’intimità di una casa. Alcune lacrime asciutte tentarono di sgorgare dagli occhi del papero, ma l’aridità del paesaggio che gli si proponeva di fronte impedì alle ghiandole di fare il proprio lavoro.

Paperino si rialzò, la gola ardeva e la sua voce fu strozzata prima di uscire, il sussurro che ne sgorgò era sordo e gracchiante: «Che cosa cazzo è successo?»

Prese la strada che portava verso il centro della città, mentre una pioggia acida iniziò a cadere truce sull’asfalto. Il cielo grigio lasciò sospirare un raggio di sole rosso attraverso le nubi, mentre Paperino si incamminava verso il disastro.

Nulla sarebbe stato più come prima.

*

Atto I

Il laboratorio di Archimede Pitagorico era praticamente vuoto. Lo scienziato aveva dovuto vendere ogni sua proprietà per sostenere le spese derivanti dal suo ultimo e più grande esperimento, quello che l’avrebbe finalmente reso una celebrità e liberato dal giogo dei debiti contratti nei confronti di Paperon de’ Paperoni. Archimede cercava da tempo di togliersi di torno quel vecchio affetto da misantropia acuta che lo costringeva a condurre esperimenti di scarso interesse, come la moltiplicazione delle banconote e la trasformazione dei sassi in oro. Ma tutto era risultato fallimentare: l’unica volta in cui riuscì la moltiplicazione delle banconote, i codici identificativi dei biglietti erano tutti identici, rendendoli inservibili; e quando raggiunsero il risultato della trasformazione della pietra in oro, il prezzo di mercato di quest’ultimo crollò talmente in fretta da rendere necessaria la distruzione del macchinario che permetteva il miracolo.

Ma ora Archimede aveva la soluzione ai suoi problemi: il piccolo reattore a fusione fredda avrebbe risolto per sempre il problema energetico mondiale: esso sfruttava ingegnosamente il principio della proliferazione della materia fissile, trasformando in realtà quel concetto di “approvvigionamento infinito” che ne avrebbe decretato la grandezza!

Paperopoli avrebbe riconosciuto la sua genialità e ne avrebbe tratto vantaggio con una riserva inesauribile di energia pulita!

Archimede verificò che tutte le parti del suo marchingegno a fusione fredda fossero al proprio posto, già gli sbuffi dei pistoni e il vorticare del liquido di raffreddamento avevano iniziato a sostituire al silenzio della tensione la ritmica melodia della scienza e il Pitagorico, armato di occhiali protettivi e tuta anti-contaminazione, si preparava a mettere in funzione il meccanismo a lungo ponderato che ora riteneva essere pronto per donare alla comunità dei paperi la soluzione ai problemi sociali che ogni giorno affliggevano la città. Pulsanti colorati prendevano vita, leve venivano azionate dalle esperte mani del fisico, fiotti di gas si cumulavano ai piedi della metallica struttura per poi spandersi tra le ammuffite mura del laboratorio. Il Pitagorico, emozionato come un bimbo a Natale, azionò infine la maniglia di accensione, ma, all’irrompere di un vibrare sinistro, seguì una fortissima esplosione.

Il laboratorio venne dilaniato dallo scoppio, il cielo si tinse d’un verde spettrale richiamando l’attenzione delle centinaia di paperi che in quel momento si trovavano nella zona residenziale dove era ubicato il laboratorio. Non ci furono vittime, poiché l’esplosione trovò sfogo verso l’alto.

Archimede osservò atterrito e mezzo carbonizzato la sua opera andare in fumo, giaceva a terra ancora incapace a farsi una ragione per quel fallimento inaspettato, il macchinario continuava a girare a vuoto, eruttando lapilli di scuro materiale contaminato. Che cosa era andato storto?

Una folla nel frattempo si era radunata attorno al laboratorio sventrato, e proprio lì iniziò a cadere una pioggia fluorescente proveniente dal contatto tra le nuvole che sovrastavano Paperopoli e i densi fumi sprigionati dall’esperimento fallito del Pitagorico. Le centinaia di occhi da volatile che si innalzarono verso il cielo a osservare quelle precipitazioni tossiche non si resero conto di ciò che stava in realtà accadendo e rimasero assorti e spaventati a raccogliere quelle lacrime luccicanti che il plumbeo cielo aveva deciso di riversare su tutta la città.

Archimede si rialzò dolorante, le aspettative di gloria e fama devastate dall’esplosione non meno del suo povero laboratorio, si avvicinò alla finestra i cui vetri erano stati frantumati dallo spostamento d’aria, e lo spettacolo che gli si parò davanti quasi lo costrinse a svenire: la pioggia acida che stava bagnando la folla di paperi radunatasi fuori da casa sua rimaneva impassibile sotto quella doccia di insensatezza, immobile come un esercito di statue bronzee. Alcune tra le figure lì presenti caddero a terra a peso morto, altre iniziarono a dimenarsi e sbraitare sfregandosi gli occhi irritati dall’acqua contaminata, ma la maggior parte di esse rimase impassibile e, quando il loro sguardo si diresse verso Archimede, egli vide chiaramente quegli occhi vuoti, orbite stravolte da un maleficio che la scienza non poteva comprendere: la pioggia aveva consumato i vestiti e la pelle, bruciando il sottile strato di piume che protegge la fragilità della pelle dalle intemperie del destino; i volti di quegli automi erano stravolti da un’espressione malvagia, essi camminavano meccanicamente, lanciando gemiti grotteschi e strazianti urla ferine.

«Oh, porca puttana, che cosa ho fatto?» Archimede Pitagorico alzò lo sguardo al cielo, si rese conto di come quella pioggia stesse cadendo indistintamente su tutto il territorio della città, una tempesta di proporzioni terribili stava gettando su Paperopoli la maledizione del suo esperimento fallito. Quegli zombie avevano intaccato i cadaveri riversi sulla strada, fagocitandone le carni crudelmente, il sangue a fiotti schizzava sui marciapiede come un fiume di morte. Era la dannazione, quella che Archimede aveva scatenato, nessuna fama se non quella di essere l’artefice di un tale terrore.

Lo scienziato, rassegnato a quella colpa, impossibile a sopportarsi, non si curò dell’orda di paperi non-morti che cercava di sfondare la porta del relitto di laboratorio che gli rimaneva; non si accorse nemmeno di quelli che provavano a scalare le pareti dall’esterno, per riversarsi nella stanza con l’intento di sbranare il suo genio. Il Pitagorico, con un peso insostenibile nel cuore, con la consapevolezza di aver trasformato il proprio sogno nel peggiore degli incubi, con l’anima in frantumi, prese la pistola che teneva nel cassetto.

Gli zombie sfondarono la porta del laboratorio, altre decine saltarono all’interno di esso scalando le pareti. Lo schianto della porta che veniva sfondata si sovrappose allo sparo che sconquassò il geniale cranio del Pitagorico, le cui cervella, sparse sul pavimento della stanza maledetta, vennero assalite dai paperi dannati come un boccone prelibato da inghiottire avidamente.

La pioggia divenne tempesta, su tutta la città si abbatté quella cancrena senza speranza.

Paperopoli risuonò del grido gutturale di migliaia di paperi-zombie.

Era l’inizio della fine.

*

Atto II

Una leggera pioggia aveva iniziato a cadere pigramente.

Il giardino di casa di Nonna Papera trasudava uno strano vapore che emanava un odore repellente. Ciccio si alzò pesante da terra, abbandonando incautamente l’ombra dell’albero sotto il quale aveva schiacciato il pisolino del primo pomeriggio, aggiustò la bombetta incuriosito da quella strana pioggia che cadeva fumante a terra. Il suo stomaco stava ancora digerendo quietamente le sette portate tra zuppe, stufati e arrosti che il pranzo gli aveva generosamente riservato.

Il nauseabondo tanfo che emanava da quelle gocce rendeva impossibile percepire l’aroma genuino della torta che Nonna Papera aveva poggiato come al solito sul davanzale, e questo fece infuriare Ciccio, il quale imprecò alcune bestemmie al cielo, ruttando in maniera soddisfacente tutta la propria indignazione. Quella che inizialmente sembrava una pioggerella estiva acquisì violenza e si tramutò velocemente in un acquazzone furibondo, il panciotto di Ciccio saltò nel momento in cui alcune perle di quella pioggia verdastra ne staccarono i bottoni, la bombetta fu bucata da quelli che sembravano molto più simili a proiettili, e Ciccio venne accecato da quella tempesta tossica.

Il suo ululato di dolore si unì a quello di molte altre vittime di quel bruciore, e il processo di trasformazione divenne irreversibile.

All’interno della casa, Nonna Papera era intenta a sfornare un cabaret di biscotti fatti in casa. Assorta com’era nel suo lavoro, alle orecchie le cuffie con l’ultimo successo di Lady Gaga a palla, non si accorse minimamente della torta che sul davanzale, complice la pioggia acida che aveva preso a cadere, iniziava a marcire e sciogliersi. L’anziana papera, danzando al ritmo diBorn this Way, poggiò il vassoio sul tavolo e si preparò a impastare un’altra torta. La sua pensione gli bastava per tirare a campare senza troppi problemi, e il suo unico obiettivo era quello di cucinare dolci a più non posso per tenere a casa quel mammolone di Ciccio, che ormai aveva trentotto anni, nessun lavoro e nessuna fidanzata.

Col cazzo, si diceva Nonna Papera, «col cazzo che rimarrò a putrefare da sola in questa fottuta casa!» E così, cucinava a più non posso, rimpinzando di grassi e carboidrati quel mammalucco di un’oca che gli teneva compagnia nei momenti in cui non era intento a dormire. A lei andava bene così, dal momento che il marito era scappato via molto tempo prima con una fagiana ungherese vent’anni più giovane di lui.

Nonna Papera aveva grande timore della solitudine durante la vecchiaia.

Tutt’intorno alla casa si erano avvicinate silenziose e mugugnanti mandrie di zombie piumati, il cui sangue sgorgava attraverso le ferite inferte dalla pioggia acida, ma altre erano probabilmente sadicamente auto-inflitte, a causa dell’immane isteria che la trasformazione aveva causato a quei poveri corpi straziati. La nebbia che si era levata dal suolo invadeva l’aria rendendola irrespirabile, bruciando gli alveoli di quei polmoni marciti dentro le carni riarse dalla maledizione. I passi pesanti e sonnolenti degli automi schiacciavano l’erba innocente di Paperopoli, mentre Nonna Papera assaggiava soddisfatta un biscotto al burro e si preparava per farli ingurgitare a Ciccio, incurante del colesterolo alto e dell’enorme probabilità che un ictus ne stroncasse l’opulenta persona. Quelle preoccupazioni sarebbero comunque risultate oltremodo esagerate, dal momento che di Ciccio, in piedi alla porta della cucina, altro non era rimasto se non un pezzo di succulenta carne pronto a sbranare quella vecchina ignara che pregustava di vedere il viso compiaciuto del suo nipote prediletto.

Quando Nonna Papera alzò lo sguardo e incontrò quelle orbite stravolte dalla maledizione, quando i biscotti caddero a terra e frantumarono la loro fragrante doratura, capì che tutto era perduto. Ciccio si avventò feroce su di lei, ma la vecchia si scansò, lasciando che il ciccione distruggesse mezza cucina rotolando pesante su mobilia e tavolo, mentre lo spavento si tramutava in risolutezza. Prima che il nipote dissennato accennasse a rialzarsi, rallentato dall’obesità che ne abbracciava le carni, Nonna Papera staccò dal muro il fucile che teneva in salotto e, dopo essersi accertata che fosse carico, sparò un colpo deciso in faccia allo zombie tornato alla carica. La testa di Ciccio fu sparsa su metri di corridoio, imbrattando di sangue e ossa la bella casa pulita che era stata vanto dell’anziana papera.

Quando la seconda ondata di mostri sfondò porte e finestre, intrufolandosi nella piccola abitazione, Nonna Papera comprese che non c’era via di scampo. Sparò le ultime due cartucce, dilaniando un paio di automi, ma altri ne arrivarono per abbrancare quelle venerande braccia, quei bigodini così ordinati, quell’amorevole e familiare urlo di terrore, e Nonna Papera urlò: «Bastardi, maledetti, che cazz…!!!!»

Morsero, dilaniarono, sbraitarono sopra il suo corpo inerme, mentre gli anziani occhi divenivano prima morti e poi iniettati di vendetta.

Nonna Papera, privata della sua forte personalità, si unì all’orda, pronta a divorare altre vittime e altri cervelli innocenti, gettò a terra le torte preparate poco prima e disposte sul davanzale della cucina, prese l’uscita e si diresse, priva ormai dell’anima, verso il centro della città, armata solo della propria mostruosità.

Nessuna torta avrebbe mai più visto la luce attraverso il suo enorme talento culinario.

*

Atto III

Battista era intento a lucidare la Numero Uno, le nubi che bussavano insistenti alla finestra dell’ufficio di Paperone, all’ultimo piano del Deposito, rendevano il compito del maggiordomo quasi sgradevole, poiché nessun raggio di Sole avrebbe potuto rifrangersi sulla lucentezza della moneta, una volta terminato quel minuzioso lavoro.

Paperon de’ Paperoni era come al solito immerso nella vasca di monete, qualche bracciata a dorso, un paio di giri a stile libero, ormai il vecchio si era inacidito al punto da non voler avere alcun contatto diretto con altri paperi. La crisi economica aveva colpito anche le sue finanze, e il livello dell’oceano di danaro era sceso di almeno sei metri nell’ultimo anno. Si guardava attorno sospettoso, sempre all’erta, e considerava ormai persino Battista un potenziale attentatore delle sue ricchezze. Era diventato intrattabile.

Battista riordinò scrivania e libreria del suo datore di lavoro, il quale imprecava nuotando tra le monete: «Brutti stronzi, non avrete mai il mio denaro, dovrete passare sul mio cadavere!» Il maggiordomo, abituato ormai a quell’atteggiamento, lavorava senza protestare. Ma quel pomeriggio qualche cosa di diverso stava per accadere.

Battista controllò l’orologio, con fare circospetto. Erano le 15,58 e tra un paio di minuti sarebbe scattato il piano segreto. Fuori, una strana pioggia verde scuro aveva iniziato a cadere pesante, ma, disse tra sé l’inserviente, «ormai con tutta la merda e lo smog che respiriamo, sarà pure normale.» Si avvicinò al pannello di controllo dell’allarme centralizzato, digitò il codice cifrato a sedici numeri e trenta lettere, un suono elettronico confermò che ogni difesa al deposito era stata disabilitata: cannoni, mine anti-uomo, fuoco di sbarramento, porte blindate, gas lacrimogeni e congegno di auto-distruzione, tutto era stato disconnesso dalla rete di sicurezza.

Battista doveva solo attendere i suoi complici, e un ghigno gli attraversò il muso cagnesco. «Ora è il mio momento, brutto vecchiaccio maledetto!»

Paperone stava giocherellando con le proprie monete, le inghiottiva e le sputava, le lanciava in aria per colpirle con la testa, masticava banconote e si nascondeva dobloni nelle mutande. Ormai aveva iniziato persino ad annoiarsi, e cercava nuovi modi per divertirsi con quei gingilli. Ma venne interrotto proprio sul più bello, quando un rumore sospetto si fece largo nel vuoto della grande cassaforte, un suono proveniente dal suo ufficio. Sembrava un cigolio seguito dal gemito di qualcuno, e poi un respiro pesante. Decise di rivestirsi e precipitarsi fuori dal grande salone, e così indossò il suo vecchio pastrano che ormai non lavava più da mesi.

Prima che riuscisse a metter piede sulla moquette pregiata, mentre ancora saliva la scaletta che permette di uscire dalla piscina d’oro nella quale da sempre era solito intrattenersi, ecco un urlo squarciare l’atmosfera: «Nooooooo!!! Che cosa fate? Che cosa fate?!? Non erano questi gli accordi!!! Noooooo!!» La voce di Battista era disperata, seguirono alcuni colpi sordi e il suono di strappi crudeli, un osso spezzato, il rompersi di un vaso. Paperone estrasse la pistola dalla fondina che teneva sotto l’ascella, quando entrò nell’ufficio vide i tre della Banda Bassotti riversi sul corpo immobile del suo maggiordomo, le bocche impregnate di sangue masticavano carne inerte un tempo appartenente alla vittima che giaceva a terra. Il vecchio non rimase a pensare a lungo, sparò due tre quattro dieci colpi, dodici, fino a svuotare il caricatore della rivoltella fumante, tutti addosso a quei tre delinquenti che mai si erano spinti così in là! Due di essi caddero a terra, uno si afflosciò colpito alla fronte. Tutto rimase immobile per qualche istante, fuori le nubi avevano avvolto la città in un’ombra sadica, la pioggia rigava di sangue le vetrate blindate. Come avevano fatto a entrare quei tre? Paperone aveva nella testa un sacco di domande e confusione, ma tutto si interruppe quando Battista si rialzò da terra: il sangue gli sgorgava dal cranio spaccato, gli occhi completamente neri squadrarono esanimi il ricco imprenditore, il quale provò a interloquire: «B-Battista… Sono così felice che tu sia…» Il maggiordomo, in un feroce boato animalesco, si gettò su Paperone, mentre i tre scagnozzi della Banda Bassotti si rialzavano da terra barcollanti. Paperone schivò il primo attacco, e poi un altro, gettando la rivoltella scarica contro i cadaveri ambulanti, si avviò verso l’uscita, aprì la porta, ma nel corridoio vide altri zombie avvicinarsi a quel salotto ben arredato e riccamente ornato.

Per Paperone non c’era via di scampo, in un ultimo guizzo di lucidità si gettò verso la teca contenente la Numero Uno, ruppe il vetro e prese in mano la moneta. Guardò i suoi carnefici e disse: «Potete farmi quel che volete, ma finché avrò questa, non potrete nulla contro di me!» Proferite queste parole, inghiottì la moneta, convinto di salvarsi grazie al potere che essa emanava.

I Bassotti staccarono un braccio all’anziano fantastiliardario, mentre Battista cavava pazientemente i suoi occhi, tra urla e bestemmie irripetibili.

Fu a costo di questa morte orribile che Paperone comprese troppo tardi di come, fronteggiando il male e la dannazione più profondi, il danaro valga infine meno di nulla.

Egli, privato di occhi e anima, si unì all’orda devastatrice di Paperopoli, perduta ormai nella disgrazia più totale.

Il Deposito, abbandonato alle sue fattezze spettrali, divenne il vuoto contenitore di una ricchezza inutile.

*

Epilogo

Come poteva essere successo tutto questo? Ma soprattutto, perché lui era l’unico che la pioggia non aveva trasformato in un mostro?

Paperino non riusciva a darsi pace. Non si capacitava per tutto quello di cui era stato testimone. Aveva assistito alla fine di Paperopoli senza poter fare niente per evitarla, persino Paperinik non avrebbe potuto nulla contro quel popolo di zombie che dal giorno alla notte si era tramutato, dalla quieta comunità di piumati cittadini che era, in uno stormo di violenti assassini, cannibali sanguinari, dannati fantasmi senz’anima.

Era corso a casa di Paperina nel tentativo di salvarla dalla perdizione, ma la trovò a letto con Gastone Paperone, quel bastardo, entrambi nudi e imbarazzati dalla sua visita. Quando uscirono di casa, seguendolo e cercando di spiegargli l’imperdonabile gesto, la pioggia ne sancì la condanna, scavando le loro carni e trasformandoli in due automi terribili, gli occhi iniettati di nulla, le piume sfrigolanti di tormento.

Quando raggiunse la scuola, la trovò completamente deserta. Dov’erano i suoi nipotini, cazzo? Paperino non poteva sopportare l’idea che anche quei pargoli fossero stati vittime innocenti del male che si era abbattuto sulla città! Raccolse le energie residue, entrò a scuola, ma lo spettacolo che gli si parò di fronte era agghiacciante: Qui, Quo e Qua erano legati a un catenaccio nel mezzo dell’atrio dell’edificio, i corpi fusi in una sola entità, come se dallo stesso tronco si diramassero le tre teste di quei ragazzi. Dai loro becchi scheggiati uscivano pezzi di carne sbranati da qualche malcapitato, gocce di sangue cadenti rimpinguavano il lago rosso sul quale si erano appollaiati, i sei occhi stravolti dai demoni crudeli che li avevano posseduti. Erano un nuovo Cerbero piumato, feroce, pronto ad assalire anche il proprio amato zio. Paperino provò a farli ragionare: «Ragazzi, sono io, lo zio. Non vi ricordate?» Ma, complice la voce di merda che si ritrovava e di cui si capiva sempre la metà di ciò che diceva, per tutta risposta Qui, Quo e Qua, in una sola voce, gli sputarono contro un vomito verdastro.

Paperino, abbandonate le speranze, lasciò la scuola e il demone a tre teste che un tempo era stato i suoi nipotini, in preda a una disperazione senza nome.

Come poteva essere accaduto tutto ciò? Paperino non se ne capacitava. Probabilmente, si disse, probabilmente lui era rimasto solo, l’unico papero ancora salvo da quell’epidemia inspiegabile. Probabilmente Paperopoli era perduta, e con essa ogni speranza di ritrovare la serenità.

Mentre l’orda di zombie si avvicinava, Paperino trovò la forza di ripensare lucidamente al senso di tutto ciò. Si ricordò che Paperopoli esiste perché esistono un disegnatore e un autore; si ricordò di come, senza di essi, nessuna delle sue avventure sarebbe stata possibile. E allora, pensò, in che mani sono capitato? Come può il creatore di storie per ragazzi, colui che dovrebbe intrattenere un pubblico sereno, come può questo folle possessore dell’arte forgiare una disperazione così tremenda? Il suo sguardo puntò verso il cielo, laddove riteneva soggiornare il demiurgo impazzito artefice di quell’Apocalisse paperesca. La pioggia acida gli bagnava il volto di volatile, le piume si squagliavano sotto il fuoco che cadeva dal buio orizzonte, gli occhi, più risoluti che mai, serbavano un rancore che non conosceva perdono.

Paperino, in un ultimo afflato di disgusto, urlò: «Maledetto! Tu sia maledetto per ciò che hai fatto! Che la stessa dannazione possa un giorno colpire la tua serenità, le tue sicurezze, i tuoi affetti!» Spesso, l’anatema delle proprie creazioni può materializzarsi, detronizzando gli dei dai loro scranni ammuffiti.

Ma non questa volta.

Paperino, assorto nella sua angosciosa situazione, venne abbrancato da un Paperoga scheletrico e putrefatto, che con un morso gli staccò il becco e con dita cruente si mise a rovistargli dentro l’orbita, in cerca di un boccone prelibato. La voce strozzata di Paperino si perse tra i gorgoglii dell’esercito di zombie che pazientemente iniziò a divorare le carni dell’ultimo dei paperi rimasti al mondo.

Paperopoli divenne una città fantasma. Le sue innumerevoli anime, perdute nella maledizione della pioggia, vennero date in pasto all’Inferno, mentre i mostri si disperdevano, forse alla ricerca di un’altra città fantastica da dilaniare, forse Topolinia.

Nessuno avrebbe più messo piede a Paperopoli, fino a che un nuovo demiurgo non avesse avuto l’ardire di riscriverne la storia, consapevole che le creazioni di un burattinaio ben volentieri dimenticano le proprie sofferenze passate, pronte a essere lusingate dalle successive gloriose avventure che spettano loro.

Fino a quel momento, nulla si sarebbe più mosso, né una foglia, né una matita. Ma sarebbe rinata, in qualche luogo e in qualche mente, la voglia di ricominciare.

Fino alla prossima Apocalisse.

—- 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...