L’uomo sbagliato Erica Arosio – Alcuni passi

“Riccardo le cinge la vita, delicatamente, e l’avvicina appena a sé, ma già quel poco è sufficiente a fargli sentire il suo odore, quello vero, non quello che il il profumo schermava. In quel contatto sotto la stoffa ruvida della camicia anche il muscolo teso dell’avambraccio prende confidenza con il suo corpo, ma non serve: sembra che lo conosca da sempre. Nessuno dei due dice niente, nessuno dei due ne ha voglia. La mano di Riccardo preme sulla vita di Francesca, guidandola verso la camera. La stanza è a pianterreno, in fondo a un corridoio anonimo e male illuminato, piastrellato con mattonelle color sabbia. L’albergo è modesto, molto modesto. Lui infila la chiave nella porta della stanza numero 3 e lei non può fare a meno di registrare tutto quello che vede. Brutti mobili in legno chiaro, un armadio con le ante che non si chiudono bene, due comodini squadrati e due abat jour in ottone dorato. Il letto le ricorda quello di un ospedale. Saranno i colori tenui della sopracoperta di cotone verde, sarà l’impressione di rigidità. Per terra, a mo’ di scendiletto, un asciugamano di tela leggera, ripiegato in due. E’ mattina, fuori c’è il sole e dalle stecche della tapparella abbassata filtrano numerose lame di luce. Nessuno dei due sente il bisogno di sollevarla e i raggi che colpiscono i loro visi li fanno diventare bellissimi”.

“L’astice lascia sulle dita affusolate di Riccardo alcune tracce lucide, eppure a Francesca che le guarda non sembrano meno belle. Con quelle mani, pensa lei guardandolo, totalmente indifferente all’olio che le fa brillare sotto la luce che illumina la tavola, può toccare un corpo in qualunque modo. Quell’uomo sa toccare i corpi in qualunque modo, ne è certa. Forse potrebbe toccare anche il suo. E in qualunque modo…  Ma cosa sta pensando? E’ una donna sposata. E’ sempre stata fedele a Alessandro e il tumulto che le sta crescendo dentro la fa sobbalzare e la spaventa. Ma non è in grado di fermarsi.”

“Gli scuri accostati proteggono la casa dalla luce. E contengono il dolore con pudore e discrezione, racchiudendolo fra quattro mura rassicuranti. Caterina ha gli occhi gonfi di pianto e ha finito le lacrime. I bambini sono dalla nonna. Lei si aggira per l’appartamento come un fantasma, guarda ogni angolo di quella casa tanto amata e sposta impercettibilmente una sedia, accostandola meglio al tavolo, passa lo straccio sul vetro di un quadro per togliere una polvere che non c’è, sistema una ciotola piena di vetri colorati levigati dal mare, che sta appoggiata su un tavolino, accanto alle foto di Riccardo con lei e i bambini, sorridenti, in spiaggia. Ma quella era una vita fa. Un passo incerto dopo l’altro, aggiusta la tovaglia immacolata, perché vuole che il pranzo sia perfetto, come piaceva a lui. Ancora due passi tremanti, prende il vaso coi fiori bianchi, si avvia verso la cucina e cambia l’acqua, rischiando di far cadere il vaso di cristallo nel lavello. Si asciuga gli occhi col grembiule: le lacrime, anche quando pensi di averle versate tutte, riescono ancora a sgorgare. Le lacrime ti accarezzano e ti consolano. Ritorna in sala e cammina verso la camera, le spalle curve, senza energia”.

“Abbandona il surfista al suo destino cristallizzato nella foto e ritorna con la sguardo sul tavolo, sul cui piano di cristallo sono sparse le carte che sta studiando con estrema attenzione. La segretaria ha diligentemente ordinato in cartellette tutto il materiale, che è anche davanti a lei, in formato digitale, sullo schermo del computer, catalogato con identica precisione. Ma Francesca preferisce maneggiare i fogli, li sente più veri, più reali, le trasmettono un gusto più artigianale del lavoro. Dall’ampia vetrata affacciata sul giardino interno del palazzo di corso Plebisciti arriva la luce chiara della primavera che filtra attraverso le foglie degli alti alberi: oggi è una bella giornata di fine aprile, già scaldata da un sole deciso, mitigato da un piacevole vento fresco.
Sta lavorando su quelle carte da due ore e sta riempiendo i margini dei fogli di fitti appunti a matita. La massa folta di capelli scuri e ondulati le nasconde il viso chinato, un volto dai tratti regolari, l’ovale perfetto reso più interessante da un naso affilato e importante con cui ha fatto pace solo molti anni dopo l’adolescenza. Le dita tormentano i capelli e subito dopo l’anulare con l’anello d’argento dalla pietra viola, l’ametista portafortuna che indossa sempre quando l’aspetta un impegno importante. Legge e contemporaneamente rotea le spalle, come fa anche quando viaggia in aereo, per scrollarsi di dosso la tensione, e a tratti muove le gambe snelle, senza smettere di giocare con i sandali”.
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